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Linda Caridi, attrice italiana, si racconta a Posh vestendo l’eleganza di Chanel.

“In teatro ho imparato tutta la grammatica che cerco di portarmi dietro. Il testo come
miniera. La parola come punta di un iceberg. La ripetizione all’infinito. I limiti come ancore di libertà. L’azione come reazione. Il comportamento come spazio espressivo. E cerco di far sì che quello che indosso mi corrisponda e che mi aiuti a tirare fuori qualcosa che sento inespresso.” “In teatro ho imparato tutta la grammatica che cerco di portarmi dietro. Il testo come miniera. La parola come punta di un iceberg. La ripetizione all’infinito. I limiti come ancore di libertà. L’azione come reazione.
Il comportamento come spazio espressivo. E cerco di far sì che quello che indosso mi
corrisponda e che mi aiuti a tirare fuori qualcosa che sento inespresso.”

 

Partiamo dagli inizi: Come sei diventata attrice? Hai detto: “Faccio teatro sin da bambina e non ho mai perso il senso del gioco».
Purtroppo non è vero che non l’ho perso mai, ma è quello che bimbescamente e saggiamente spero di riacchiappare ogni volta.
Da piccolissima, quando avevamo amici a casa per cena, io a un certo punto sparivo e tornavo travestita con quello che trovavo in camera dei miei. Facevo siparietti, imitazioni, inventavo fantasticherie. Quello era il gioco. Quello che tornò poi nei primi laboratori teatrali e che mi portò, a un certo punto, quando ero tutta testa, molto dedita allo studio, in un luogo – fisico e interiore – nel quale invece era vivissimo il corpo, accanto alla testa. E col corpo sentivo la potenza espressiva e quella prodigiosa possibilità umana che è l’empatia. Che ci collega l’un l’altro con gli occhi, per una smorfia, per il calore che emaniamo, per il solo respirare nella stessa stanza. Ho inseguito questa forma di espressione che sentivo universale, potente e potenzialmente liberatoria, che pure non mi veniva immediata per via di una forma di timidezza sociale, e ho capito che per farne
un lavoro dovevo studiare. Così ho tentato i provini e proseguito la mia formazione più
professionalmente, alla Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi, qui a Milano.
Il periodo in cui si ricerca la propria identità è soprattutto l’adolescenza. Tu che adolescente sei stata?
In instancabile e intensissima ricerca! (ride) Ero molto introspettiva e con la stessa attenzione studiavo gli altri, i loro comportamenti, le dinamiche interiori delle personalità. Mi piaceva moltissimo ascoltare e indagare i racconti. Prendevo nota e disegnavo. Ed ero adolescente quando il teatro mi ha portata al mio corpo: mi esprimevo molto attraverso il corpo, che è cambiato tanto in quegli anni. Capelli lunghissimi, corti, rasati, frangette, piercing, colori matti. Sperimentavo un senso del multiforme. Che oggi, ed è bello, vedo molto fluido e libero nei giovanissimi, molto più che negli anni 2000.
Che rapporto hai con la famiglia, le tue radici?
Ho un rapporto viscerale con la mia famiglia e col sud da cui arriva. Anche, per via indiretta, con gli antenati che non ho conosciuto, ma di cui ho assorbito racconti, passionalità e pene che in qualche modo fanno parte di me.
Come riesci a portare energia e passionalità all’interno dei tuoi personaggi? Quanto ha aiutato il teatro e hai dei modelli di riferimento femminili a cui guardi?
In teatro ho imparato tutta la grammatica che cerco di portarmi dietro. Il testo come miniera. La parola come punta di un iceberg. La ripetizione all’infinito. I limiti come ancore di libertà. L’azione come reazione. Il comportamento come spazio espressivo. E gli altri come condizione fondamentale perché tutto abbia un senso: lo sguardo da fuori che aiuta quello interiore, gli altri in scena insieme a me e gli altri fuori dalla scena, venuti ad ascoltare. La scuola di teatro mi ha fatto conoscere Mariangela Melato, Giulia Lazzarini, Anna Magnani, Milva, il grande teatro italiano di Giorgio Strehler e Paolo Grassi e la scuola russa di derivazione stanlislavskiana e cechoviana, i manuali e i training e l’approccio di cercare ogni volta, e ogni volta sperimentare.
Studiandoti, si trovano quadri, fotografie: sono queste le tue passioni?
Sono passioni senza la minima competenza, ma si, mi piace osservare le cose e la realtà anche attraverso lo sguardo degli altri.

L’intervista completa è su Posh n. 103