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Classe 1985, brasiliano di origini, veneziano d’adozione, l’Art Director Anderson Tegon concepisce installazioni ed emozioni digitali che fanno il giro del mondo, da Milano ad Abu Dhabi, da “Aura” a “Ghost over Banksy”. È stato scelto da Jaguar per visualizzare il futuro elettrico della casa automobilistica inglese con l’opera “An Alchemic Experience”, presentata alla 29a edizione di Artissima a Torino

“Un’idea nata a quattro mani: prendere i valori di Jaguar e i codici distintivi della loro proiezione nel futuro e tradurli in un’esperienza immersiva ed emozionale. “An Alchemic Experience” è un cubo nero che protegge un caleidoscopio esplosivo di suoni e colori, dalle nuance blu e porpora, che ci catapulta in infinite prospettive”, dice Anderson Tegon, che abbiamo incontrato di persona ad Artissima. Il marchio britannico sta vivendo una trasformazione epocale: nei prossimi tre anni arriverà a proporre solo auto elettriche. “Il design iconico Jaguar si nasconde nell’arte digitale per proiettarci in avanti ed emozionare. L’arte per me è questo”, l’Art Director tiene a sottolineare.

La tecnologia che suscita emozioni.

Ciò che divide il virtuosismo dall’arte è l’emozione. In questa installazione per Jaguar abbiamo utilizzato una tecnologia pazzesca del mondo dei suoni, la frequenza 528 Hertz, quella del cuore e dell’amore, che abbassa il bio ritmo e l’energia accompagnando le persone a vivere “il qui e l’ora”, lasciando il mondo fuori. Non siamo davanti a un’opera d’arte, ma dentro. Ho avuto la fortuna a New York di aver incontrato delle persone che mi hanno aperto la testa sulle neuro-scienze e su connessioni frequenze, cervello ed emozioni che neanche ci immaginiamo.

Metti mano direttamente tu alla tecnica e alla tecnologia?

Ho un team che tecnicamente realizza quello che ho in testa. Non perché non sia in grado di farlo, ma apposta per governare meglio il mezzo tecnologico, non focalizzarmi sui codici mi permette di restare molto aperto. L’arte digitale per me non è solo effetti speciali, ma risveglia emozioni. Quando Jaguar mi ha invitato a collaborare, già mi immaginavo l’esperienza da far vivere, comprensibile da più persone possibili. L’artista spesso se ne frega degli altri; non dico che si debba creare per loro altrimenti si tratta di spettacolo o cinema, ma è importante farsi capire da genitori e figli, lo trovo fantastico, e mettere le persone nella miglior condizione di vivere quell’esperienza. L’anno scorso, “Aura” alla Fabbrica del Vapore a Milano ha fatto 30 mila visitatori in 40 giorni, con gente che è rimasta anche 4 ore, facendo yoga o skate.

Sei il fondatore e l’Art Director del collettivo Pepper’s Ghost, con sede Milano e Abu Dhabi. Che nome curioso.

Il Fantasma di Pepper è uno dei primi effetti speciali della storia, una tecnica illusoria di gioco di vetri usata a teatro, sviluppata nell’800 dallo scienziato e inventore britannico John Henry Pepper.

Nasci come artista digitale?
Nasco come pazzo di base! Pazzo digitale!

Giocavo a pallacanestro, con il tempo ho scoperto la creatività e l’arte digitale, che è un linguaggio nuovo che si impara e apprezza passo a passo, non è come prendere un foglio e disegnare.

L’accento è veneziano, mi sbaglio?

Sì, sono cresciuto a Venezia, ma sono brasiliano, sono nato a Salvador di Bahia, sono stato adottato da piccolo.

Come dalla pallacanestro sei arrivato a partecipare al Mont Festival di Abu Dhabi, il più grande al mondo per digital art ed esperienze immersive?

Tutti mi fanno questa domanda! La vita è un filo composto da tanti piccoli fili. Sono sempre stato mosso da curiosità e fantasia e dalla voglia di scoprire il mondo: ho vissuto a Shanghai e negli Stati Uniti e alcuni incontri ed esperienze mi hanno fatto capire che la tecnologia sarebbe diventata il mio pennello, per trasmettere emozioni.

Il basket ti manca?

Ogni tanto gioco ancora, ho fatto una partitella 15 giorni fa. Vado in palestra, corro: lo sport mi ricarica, mi rende iper-ricettivo. A marzo farò in bici il deserto da San Francisco a Tijuana.

Hai visto su Netflix The Last Dance su Michael Jordan?

Più volte. Un paio di anni fa venne a Venezia: con l’aiuto di amici ho scoperto dove stava: l’ho incontrato ma non sono riuscito a dire una parola! È una figura talmente grande che potrebbe anche non esistere.